Oggi è il 05.02.2012

Le costruzioni in pietra a secco nel territorio salentino

di Valentina Vantaggiato

Passeggiando tra le profumate campagne e fra i contorti olivi del Salento, dove il tempo sembra essersi fermato, possiamo scorgere numerose costruzioni piene di fascino, che diventano un tutt'uno con l'ambiente circostante. Fanno, ormai, parte di esso, come un albero che ha posto le sue radici nella fertile terra, come un pallido fiore che aspetta, paziente, che un'ape vada a fargli visita, come un ruscelletto che scorre, seguendo il suo inevitabile corso, come un contadino che, all'alba, giunge nel suo campo per prendersene cura, cosciente che le sue premure porteranno buoni frutti. Il paesaggio agrario salentino mostra, tutt'oggi, i segni di una società arcaica. E' un paesaggio ricco di storia che riflette l'opera di un popolo la cui attività principale è stata, per secoli, l'agricoltura.

E' il "paesaggio delle pietre". Pietre che parlano, riportandoci a situazioni lontane, pietre che vogliono comunicarci qualcosa, basta saperle ascoltare. Sassi dalle origini modeste, antichi ritratti di cose semplici che, pur nella loro piccolezza hanno fatto la storia. Sassi che racchiudono la profonda essenza dei nostri padri. Le costruzioni in pietra a secco, che si possono scorgere qua e là tra i soleggiati campi di quest'angolo d'Italia, nacquero da un'esigenza.

Tra il Settecento e l'Ottocento, in un periodo in cui la morsa feudale si allentò, cedendo qualcosa ai piccoli agricoltori, i coloni poterono disporre di appezzamenti di terra. Il suolo concesso loro, però, aveva un'estensione molto ridotta, e fu per questa ragione che i contadini cercarono di strappare alla macchia e alla roccia spazi sempre maggiori dove poter coltivare i loro prodotti. La "fame di terra", come la definì il prof. Antonio Costantini, costrinse i coloni a guadagnare sempre più superfici coltivabili fra i terreni pietrosi. Questi sassi, tuttavia, dovevano pur trovare una collocazione. Vennero, così, impiegati nella costruzione di "muretti a secco", di "truddi" e "casedde", di "spase", "furneddi", "cisterne" e di "pozzi", di "aie" e "puddari".

I creatori dei "muretti a secco", i quali tramandarono questa forma d'arte attraverso i secoli, furono certamente i discendenti dei Messapi e dei Neoliti. Queste rudimentali pareti, che servono a delimitare i poderi, poggiano su fondamenta adeguate all'altezza e terminano in alto con pietre più grosse e squadrate.

Le "casedde", invece, sono delle costruzioni monocellulari col tetto a falsa cupola, formata da anelli concentrici di pietre, disposti orizzontalmente gli uni sugli altri, che si stringono man mano verso la sommità, sulla quale viene posta una grossa pietra piatta (chianca). Queste piccole dimore, servivano a dare riparo agli agricoltori. La loro origine risalirebbe al III millennio a.C., periodo in cui in Mesopotamia, in Egitto e in Grecia, vennero edificate strutture molto simili. Per quanto concerne la loro diffusione nel nostro territorio, bisognerebbe fare un passo indietro e tornare alla preistoria pugliese, entro un arco di tempo che va dal 2000 a.C. alla fine del VIII secolo a.C. Ma tra tutte le teorie, la più valida resta quella del Simoncini, secondo il quale questa faccenda può essere "svincolata da particolari situazioni etniche e geografiche". Per lui, la "casedda", "non ha avuto un epicentro, un luogo di origine da cui si sia diffusa, né un popolo che l'abbia diffusa; poteva sorgere sempre, presso chiunque e dovunque, purché si realizzassero quelle condizioni ambientali ed economiche". La somiglianza fra trulli e nuraghi ha fatto pensare ad una stessa primordiale funzione, che indicava queste opere come monumenti funerari di antichi popoli del Mediterraneo. La maggior parte delle costruzioni trulliformi in pietra a secco esistenti oggi in Terra d'Otranto, tuttavia, non risale ad epoche lontane. Le "casedde" possono variare nel modello, acquisendo, a seconda del luogo e delle esigenze, una forma tronco-conica o una forma a gradoni. Sull'architrave dell'ingresso, molto spesso, ben si distinguono una data, che denota l'anno di costruzione, il nome del costruttore e una croce incisa sulla pietra di chiusura della volta.

Tra queste casette, compaiono anche le "liame", di forma rettangolare, nelle quali i coltivatori custodivano gli attrezzi. Sono dotate di una scaletta laterale esterna che porta alla terrazza.
I "truddi", che ospitavano la famiglia del contadino, evidenziavano la necessità dei coloni di avere un ricovero temporaneo in campagna.
Le "spase", erano piattaforme costruite per mettere ad essiccare i fichi e li "furneddi", venivano adoperati per infornare gli stessi.

La scarsità di sorgenti in superficie, costrinse gli antichi agricoltori a cercare l'acqua nel sottosuolo. Questa ricerca, divenne una questione di sopravvivenza, tanto che i contadini salentini iniziarono a scavare i loro "pozzi" in rocce friabili, rivestendoli con pietre calcaree permeabili. Proteggevano, poi, le bocche dei pozzi servendosi di un masso forato nel mezzo e di quattro conci di tufo messi tutt'intorno. La maggior parte di essi era, però, munita di puteale che variava nella forma e nella consistenza. L'acqua era portata su mediante una fune a cui si legava il secchio. Quasi sempre, al lato del pozzo, trovava il suo posto una vasca per la raccolta dell'acqua. In altre zone, venivano costruite le "cisterne", grandi serbatoi che raccoglievano l'acqua piovana. Queste, erano scavate nel terreno a forma di parallelepipedo rettangolare e, poi, rivestite con conci di tufo.

Ad un certo punto, il contadino sentì l'esigenza di creare una "aia" stabile, per poter effettuare una buona trebbiatura. Questa, di forma circolare, delimitata da pesanti massi, battuta e levigata con cura, fu collocata su suoli rialzati, esposti al vento e lontani dagli alberi, e i suoi merli, venivano spesso ornati da sculture che mostravano chiari segni propiziatori. Dopo la trebbiatura, la messe si esponeva sull'aia e la si sollevava in alto con grandi forconi, cosicché la corrente, portando lontano la leggera paglia e la pula, lasciasse cadere il grano più pesante.

I "puddari", invece, sorgevano intorno all'aia e accoglievano i buoi preposti al pestaggio del raccolto ed al traino, ma venivano usati, anche, per ospitare gli addetti alla trebbiatura. Questi pollai potevano essere, a seconda del modello, rettangolari o circolari, e al loro vertice presentavano alcuni emblemi. Molto spesso, in cima a queste costruzioni, veniva deposto un rametto di ulivo benedetto, che proteggeva l'intera aia e ricordava la "Domenica delle Palme". Nelle campagne salentine, si possono scorgere questi segni del tempo e la loro presenza esprime l'attaccamento della gente del Sud a questa regione di sassi che non finisce mai di stupirci. Qui hanno vissuto uomini che, con enormi sacrifici, hanno strappato alla terra avara il necessario per vivere e per sopravvivere.

"Compagni degli ulivi secolari, custodi di quel poco di macchia mediterranea che non ha subito le devastazioni degli ultimi decenni, questi manufatti sono stati testimoni delle fatiche, delle gioie, delle sofferenze della nostra gente. Ogni pietra potrebbe raccontare una storia. Oggi sono fra i pochi visibili legami, che una terra, che perde ogni giorno la sua identità geografica e socio-culturale, conserva con il proprio passato".

Con questa citazione estrapolata da "Italia Nostra", concludiamo questo viaggio tra le bellezze del Salento.

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