"Siamo così, dolcemente complicate, sempre più emozionate, delicate, tanto ci potrai trovare qui... con le nostre notti bianche, ma non saremo stanche neanche quando ti diremo ancora un altro si...". Così Fiorella Mannoia, nella sua canzone "Quello che le donne non dicono", descrive le donne e la loro fragilità. Proprio questa fragilità, per troppo tempo, ha relegato la donna in un angolo, facendola sentire un essere inferiore, sempre non all'altezza e perennemente fuori posto.
Fino alla prima metà del secolo scorso, infatti, il ruolo delle donne nella società era molto limitato. Non gli era permesso votare, istruirsi, e il loro unico compito era quello di occuparsi dei figli e della casa. Ciò accadeva in tutto il mondo, ma nel Sud d'Italia tale fenomeno prendeva delle pieghe più estremiste e drammatiche. Le donne della Grecìa Salentina vivevano tra le quattro mura domestiche, in compagnia di ramazze, stracci impolverati e pentole sbiadite. Il solo momento di svago concessogli era quando arrivava l'ora del bucato. Le abitazioni erano provviste di un cortile nel quale c'era una pila di pietra che serviva per lavare i panni. Un'unica corte per tre o quattro case, che permetteva alle donne salentine di incontrarsi e parlare un po'. E poi di nuovo dentro, nel bunker familiare. Gli uomini, invece, tornati dalla campagna, erano soliti vagabondare nelle piazze dei borghi, dove ancora oggi li si può scorgere.
Per uscire dalla condizione d'isolamento in cui versavano, molte donne di Terra d'Otranto si abbandonavano alla "tarantola", ragno mitico che, secondo la leggenda, con un solo pizzico avrebbe portato alla pazzia. Il "Tarantismo" è un fenomeno che il Salento conosce a fondo e ad esso si sono interessati studiosi di tutto il pianeta. Fino a poco più di cinquant'anni fa, circa 5000 donne in un anno venivano presumibilmente pizzicate dalla tarantola che iniettava nei loro corpi un veleno micidiale, capace di trasformarle in ciò che non erano. Un sonno profondo cadeva sui loro occhi, una morsa sconosciuta serrava le loro menti trascinandole in un'altra dimensione, lontana da loro, dove non c'era più posto per i figli, per le pentole, per le ramazze e per la solitudine. Un mondo in cui si sentivano libere di dormire per una settimana intera, di camminare scalze per le strade del paese, di ballare, saltare, gridare anche fino a notte fonda, nella consapevolezza che niente e nessuno avrebbe potuto giudicarle e poi condannarle, perché la tarantola si era insinuata nei loro pensieri, nel loro sangue, nella loro anima e gridava dal loro profondo "e' ora di ribellarsi alla miseria che ci ha attanagliate da anni, è ora di farsi sentire e di urlare a tutti che ci siamo, siamo vive, siamo qui!".
Le famiglie delle tarantolate sopportavano settimane di angoscia e di sacrifici perché, per liberare le loro congiunte dalla morsa della follia, dovevano ingaggiare un violinista, un tamburellista e un fisarmonicista che suonassero incessantemente poiché, attraverso la musica, queste donne potevano ritornare alla vita di sempre. Il 28 giugno, vigilia della festa di Santo Paolo, le tarantate venivano condotte a Galatina, nella chiesetta dedicata al santo, nella speranza che egli avrebbe concesso loro una grazia. E lì succedeva l'impossibile. Attorniate da una moltitudine di curiosi accorsi per assistere al misterioso fenomeno, le donne si scatenavano non curanti degli sguardi esterrefatti.
E ancora donne vestite di nero che venivano "ingaggiate" per piangere alle cerimonie funebri nei piccoli centri della Grecìa. Le "prefiche" o "repute" o "chiangimorti", come venivano definite, si lasciavano andare in strazianti cantilene che toccavano il cuore di tutti. Il loro compito era quello di far piangere i presenti. E ci riuscivano.
E ancora donne che accompagnavano i loro uomini in campagna, che si spaccavano le mani e la schiena per la sopravvivenza delle loro famiglie. E ancora donne che dovevano rinunciare al loro appagamento personale per accontentare gli altri e per non essere considerate ribelli in un Mezzogiorno che non permetteva nessuna forma di ribellione, ma solo tradizionalismo puro. E donne che, ancora oggi, vengono private della dignità quando, con la promessa di un lavoro e di una vita migliore, sono attirate nel mondo occidentale e poi sfruttate nella loro intimità. E ancora donne che, nonostante tutto, nonostante l'indifferenza, continuano a vivere aggrappandosi a spiragli di luce che, per molte, sono ormai diventati piccole fessure che piano piano si chiudono, facendole sprofondare nel buio più totale.
E ancora donne che ricordano la fanciullezza e i sogni di quando erano ragazzine, inconsapevoli del loro futuro. "E in fretta vanno via delle giornate senza fine...silenzi, che familiarità. E lasciano la scia le frasi da bambine che tornano, ma chi le ascolterà...".
Purtroppo, nonostante le numerose conquiste fatte nel mondo moderno, molte donne del Sud vivono ancora assoggettate ai loro mariti, vivono ancora condizionate da una società che le opprime e che stronca i loro sogni. Ma giungerà, anche per loro, il momento del riscatto, e allora saranno finalmente libere...