
Il periodo dell’anno che i bambini amano di più è certamente quello delle feste natalizie perché aspettano impazientemente che Babbo Natale o la Befana porti loro un motivo in più per sorridere. E cosa c’è di più bello del sorriso sincero di un bambino?
Nel corso della storia i bambini sono sempre andati alla ricerca di qualcosa con cui giocare e questo ha spinto gli adulti a creare cose sempre nuove che potessero soddisfare le esigenze dei più piccoli.
E’ nato, così, un vero e proprio “mercato del giocattolo”, che vede al primo posto fra i paesi produttori in Europa, la Germania, seguita dalla Francia e dall’Austria. Fra i paesi extraeuropei il primato spetta, invece, al Giappone, seguito dagli Stati Uniti.
In Italia la produzione industriale di giocattoli ebbe inizio nel 1870 a Canneto sull’Oglio, in provincia di Mantova, con la fabbricazione di bambole con la testa di cera e il corpo di stoffa imbottita di segatura.
In seguito, sorsero numerose fabbriche in tutta la penisola che, oltre alla lavorazione di bambole, iniziarono la fabbricazione di altri giocattoli sempre nuovi e sofisticati, fino a giungere alla vastissima scelta esistente oggi.
Non mancano, però, nella società odierna, riferimenti alle tradizioni del passato. Proprio i nostri giorni, infatti, hanno visto la nascita di Pigotta, la bambola di pezza creata sui modelli antichi, in vendita in tutta Europa, il cui ricavato viene devoluto all’UNICEF.
Un mercato, questo, molto produttivo. I bambini, infatti, sin dai primordi, hanno sempre giocato e sempre giocheranno e il giocattolo rimarrà un elemento insostituibile nella loro vita.
I giocattoli del passato erano molto diversi da quelli che la pubblicità oggi ci propina non appena accendiamo il televisore, avevano il sapore della genuinità.
Nel Salento le tradizioni sono ancora vive e radicate nei cuori della gente che le tramanda di padre in figlio.
Nella lunga carrellata di oggetti che i più piccoli usavano per giocare, la loro importanza la ebbero, e l’hanno tuttora, i tamburelli e i sonagli. Strumenti musicali e di gioco venivano usati sia per creare un’atmosfera di festa e di allegria, sia per accompagnare i ritmi delle “tarantolate” e dei “danzatori di coltello”, riti pagani antichissimi su cui ruotava la tradizione culturale salentina.
Sonagli e tamburelli servivano ad iniziare i bambini ai ritmi ed ai suoni intimamente connessi a questa tradizione.
Altri particolari strumenti di gioco erano i fischietti in terra cotta, costruiti da abili artigiani detti “li cotumari”, che riproducevano figure della vita quotidiana.
I più comuni fischietti rappresentavano gli animali da cortile tra i quali spiccava il galletto. Un’altra figura singolare era il carabiniere a cavallo, parodia dell’autorità e del potere costituito.
Fra i giocattoli in legno ricordiamo la “trozzula” o raganella, strumento tradizionale usato nel periodo della Quaresima in sostituzione delle campane. Successivamente fu, poi, utilizzato come strumento di gioco, il cui meccanismo girava su una ruota dentata. Imprimendo un movimento circolare, la trozzula girava su se stessa producendo un suono forte e continuo.
Un altro giocattolo caratteristico del Salento era il “curuddhu” o più comunemente trottola. Sempre in legno, era a forma di cono e, nell’estremità inferiore, era applicata una punta di ferro; per far girare la trottola occorreva una funicella che veniva avvolta intorno al giocattolo dalla punta verso l’alto. La trottola veniva, poi, lanciata imprimendole un movimento che le permetteva di girare su se stessa.
Rosario Jurlaro, nel suo diario della Gente del Sud, ci ricorda che, in passato, “i fanciulli camminavano molto e andavano da un paese all’altro dietro un semplice cerchio di bicicletta spinto da un pezzo di canna o da un ramoscello di ulivo”. Questo gioco venne consigliato anche da Ippocrate, medico greco, in uno dei suoi trattati risalenti al 300 a.C.
I bambini, non avendo molti mezzi a disposizione, si accontentavano di ciò che trovavano qua e là e, molto spesso, costruivano loro stessi i propri giocattoli.
Un esempio ci viene dato dalla fionda, che serviva come arma per la caccia di lucertole e di uccelli. Era confezionata con cura ed attenzione e la forcella veniva costruita quasi sempre con gli alberi di ulivo e gli elastici recuperati presso le fabbriche di piastrelle.
Con un pezzo di canna, poi, si ricavava la cerbottana, i cui proiettili si ottenevano riducendo a palline dei pezzetti di carta o tagliuzzando tappi di sughero.
Se un bambino, passeggiando, scorgeva dei sassolini per terra si chinava a raccoglierne cinque; poteva, così, giocare a “tuddhi”, cioè al gioco delle cinque pietre.
Uno dei giocattoli che si potevano comprare durante le feste patronali era la palla di pezza, cucita con uno o più pezzi di stoffa multicolore. Fatta la sacca, la si riempiva di segatura e si chiudeva. Nel mezzo veniva cucito un elastico piatto che, legato al dito, permetteva alla palla di molleggiare con un semplice movimento della mano.
Tanti altri erano i giochi utilizzati dai bambini salentini e molti di questi, purtroppo, sono stati dimenticati, per lasciare spazio ai ritrovati moderni.
I nostri nonni, tuttavia, non possono cancellare dalla loro memoria i visi dei bambini intenti a contemplare il percorso di una bolla di sapone che volteggiava nell’aria. Come possono scordare i loro occhi riflessi sulla superficie della sfera trasparente e profumata? Quelli stessi occhi che oggi si riflettono sullo schermo di un televisore o sulla corazza di un robot metallico venuto chissà da quale pianeta.
Per fortuna Babbo Natale e la Befana mantengono ancora vive le tradizioni anche se, purtroppo, persino loro, si sono lasciati convincere dalle tecnologie moderne. Nei loro sacchi non più trozzule o tamburelli, ma video-giochi, Pokemon e simulatori di guerra… e chi più ne ha più ne metta.