Oggi è il 08.09.2008

Masserie salentine

di Valentina Vantaggiato

La vita di tutti noi, nell'era moderna, ruota intorno ai centri abitati, siano essi città o piccoli borghi, nei quali si può trovare tutto ciò di cui si ha bisogno. Oggigiorno, ad esempio, i generi alimentari di certo non sono difficili da reperire, basta recarsi in un supermercato, utilizzare la carta di credito, e il gioco è fatto. E questo vale per tante altre cose. Nell'antichità era tutto diverso. Il mondo agreste, che forniva alla popolazione le maggiori scorte di cibo, costituiva un settore vitale dell'economia italiana e mondiale.

Nel 1400, si verificò un processo di scambi continui tra le campagne e le città. Le famiglie borghesi arricchite, per aumentare il prestigio sociale raggiunto e per rafforzare la loro posizione economica, acquistavano terre nei pressi degli agglomerati urbani e, coltivandole, soddisfacevano le domande del mercato locale. Quasi tutti gli esponenti della nobiltà, invece, erano già proprietari di un numero non indifferente di appezzamenti, sui quali, il più delle volte, si ergevano imponenti manieri.

Masseria Cerra

Nonostante il perenne rischio di carestie e di siccità, le campagne salentine vantavano una miriade di colori diversi. Dal verde degli uliveti al giallo oro del grano, dal  viola intenso dell'uva al rosso dei pomodori. Piante di ogni tipo, tra le quali orzo, avena, ceci e cotone, insieme agli alberi di gelso e alle querce, arricchivano l'ambiente, caratterizzandone la fisionomia.
Parallelamente alla ricca produzione agricola, si praticava l'allevamento di animali, attività molto remunerativa in età aragonese e angioina.

Col passare dei secoli, il paesaggio di Terra d'Otranto, divenne un grande "giardino mediterraneo", che rese celebre questa regione in tutta Europa. Nella macchia, tra le colture differenziate e i greggi al pascolo, si potevano scorgere numerosi fabbricati rurali. Appartenevano ai signori locali che ne affidavano la conduzione ai fattori, i quali vi si stabilivano con la loro famiglia. Questi complessi, prendevano il nome di masserie e comprendevano la dimora del padrone, l'abitazione del massaro, gli alloggi per i dipendenti, i fienili, le stalle, i magazzini, la cappella e vasti giardini. Erano luoghi di intensa attività produttiva ed economica, ma, anche, centri di aggregazione sociale dotati di una peculiare struttura patriarcale, che faceva capo al castaldo.

Nel Salento, l'estensione dei terreni masserizi, era molto consistente. Tra il 1400 e il 1500, le tenute, rimpiazzavano i casali rurali del periodo medievale e, spesso, venivano edificate su antichi ruderi appartenenti a precedenti costruzioni. In questi luoghi, tante persone, quotidianamente, si prodigarono affinché il lavoro procedesse regolarmente e senza ritardi. "Il tempo è denaro", e lo era anche nei tempi arcaici. Le presenze, in tali siti, aumentavano in corrispondenza di circostanze particolari, come, ad esempio, durante la vendemmia e la semina. Alla famiglia del massaro, si aggiungevano coloro che erano al suo servizio: seminatori,  spigolatrici, aratori, mietitori, addetti alla cura del bestiame e tanti altri manovali che svolgevano diverse mansioni. Inoltre, saltuariamente, giungevano gli amministratori e i proprietari accompagnati, spesso, da parenti e da amici. Alcune masserie, poi, ospitavano famiglie di poveri che non avevano una casa. Una vera moltitudine, quindi, di uomini e di donne che lavoravano a pieni ritmi.

Masseria Cippano

La vita era dura per tutti. La scuola, in antichità, era un lusso che solo i ricchi potevano permettersi, mentre, la maggior parte della gente, aveva come preoccupazione primaria la sopravvivenza, e sopravvivere non era facile. La presenza di animali in questi centri era molto elevata. Cavalli, vacche, buoi, erano necessari per il lavoro ma, uccisi all'occorrenza, fornivano scorte di carne non indifferenti. Galline, oche, cani, gatti e pecore, invece, animavano i cortili e mettevano allegria.

Nel terreno circostante si coltivavano prevalentemente orzo, grano e avena. La piantagione veniva eseguita mediante aratri di legno, i quali, nel tempo, vennero sostituiti con gli aratini di ferro, tirati da due a sei animali. Per l'irrigazione si adoperava l'acqua piovana raccolta in cisterne e il letame prelevato dalle stalle, veniva utilizzato come concime. I contadini predisponevano la rotazione delle colture per ottenere maggiori risultati produttivi e, dopo aver utilizzato un terreno per tre o quattro anni di seguito, lo facevano riposare, affinché si rigenerasse. Durante questo periodo, tale campo, poteva essere coltivato con i lupini che arricchivano il terreno. 

Ogni giorno, dall'alba al tramonto, tutti erano impegnati a lavorare. Chi portava al pascolo il gregge, chi si occupava della semina, chi della trebbiatura. Le donne, oltre a svolgere i lavori domestici, si preoccupavano della spigolatura e della vendemmia, oppure, sfrondavano la vite, a seconda dei periodi. Ma, tra il 1915 e il 1918, durante la I guerra mondiale, negli anni in cui gli uomini combatterono al fronte, esse svolsero anche altri lavori, spesso molto faticosi. Ogni tenuta aveva la sua aia. Qui, venivano depositate le spighe dei cereali, sulle quali, poi, passavano i buoi o i muli, guidati da tre persone, trascinando grosse pietre col buco. Da ogni trebbiatura si ottenevano sino a 10 quintali di grano. In più, ciascun centro masserizio, era dotato di un mulino, il quale, messo in movimento da un asino o da un cavallo, era in grado di macinare circa un quintale di frumento ogni 10 ore. In questa fase, la principale preoccupazione era la pioggia, perché non c'era modo di coprire il grano il quale, una volta bagnato, era difficilmente recuperabile. "Quandu lu Signore te vole bene nu chiòve all'ara" (Quando il Signore ti vuole bene sull'aia non piove), diceva la gente.

L'alimentazione degli abitanti delle masserie era varia, anche se caratterizzata da cibi semplici. Essi, mangiavano, infatti, verdura, pane d'orzo e legumi tutti i giorni. La domenica, invece, le donne preparavano la pasta fatta in casa. Il pane di grano, sotto forma di friselle, veniva messo da parte per i malati e per gli ospiti, o utilizzato nelle grandi occasioni. Il latte che giornalmente necessitava, veniva lavorato la mattina e riscaldato in un recipiente detto "caccamu". Dopo essere stato mescolato, si lasciava a riposo per circa 30 minuti, cosicché era possibile separarlo dal formaggio. Grazie a questo procedimento, si ottenevano tutti i latticini: ricotta, cacio, giuncata, marzotica, siero, ecc.

I casali, quindi, si identificavano come centri ricchi e autonomi, brulicanti di gente che andava e veniva incessantemente. Tutto ciò di cui si aveva bisogno era lì, e non in un supermercato. E' bello immaginare come potesse essere, un tempo, la vita in questi grandi complessi. Ma, è anche molto triste pensare che solo alcuni di essi sono sopravvissuti all'avanzata incalzante della modernizzazione dell'uomo. Tra questi, la masseria "Coloni", in stile ottocentesco, situata a Melissano, e la "Muzza", in contrada Alimini, ad Otranto. Molti casali, oggi, non sono altro che un ammasso di macerie poggiate sulla terra delle memorie. Stanno lì e, con sottomissione, osservano  un paese che ha voluto dimenticarli, privandosi di un patrimonio prezioso e inestimabile. Ma si sa, "nemico delle memorie è il tempo, passano le generazioni e ineluttabile è il transito verso l'oblio".
Le antiche masserie rappresentano, oramai, uno scorcio di storia dimenticato che persiste solo fisicamente nel territorio salentino. Sono pochi coloro che si soffermano a pensare a ciò che accadeva in queste strutture secoli fa, e sono ancora  meno coloro che cercano di rivalutare ciò che è stato e che non sarà più, tranne qualcuno che ha restaurato tali costruzioni, trasformandole in ristoranti o agriturismi.

Bisognerebbe apprezzare di più ciò che il nostro Salento ci offre e tramandare le vecchie, ma non meno importanti, tradizioni, perché "se di esse non si parla...è come se non fossero mai esistite...". Parola di Oscar Wilde.

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