"Uno dei bacini lacustri meno conosciuti in Italia, appena accennato in qualcuna delle nostre geografie, e pure molto importante per la sua estensione, per la sua posizione topografica, per la sua genesi e per l'industria della pesca che vi si pratica ogni anno, è il lago di Limini, che si trova a breve distanza dall'Adriatico e dalla città di Otranto"
. Così, Cosimo De Giorgi, uno dei più illustri studiosi del Salento, alla fine dell'Ottocento, si espresse, favorendo un accurato contributo scientifico concernente gli Alimini che, insieme alle Cesine, costituiscono uno degli ambienti umidi più importanti dell'area salentina.

Situati tra il verde intenso della macchia mediterranea e l'azzurro del vicino mare, i due laghi impreziosiscono il territorio circostante. Il bacino settentrionale è denominato "Alimini Grande" per la sua maggiore estensione, ed è di origine carsica; quello meridionale, "Alimini Piccolo", o "Fontanelle", deve la sua formazione all'azione abrasiva del mare. I due, comunicano fra loro attraverso un canale naturale detto "lu Strittu" dove, secondo il De Ferraris, passava la via romana "Traiana", prolungamento della "Appia" che si fermava a Brindisi.
La loro nascita risale ad un'età remota, databile, secondo alcuni geologi, intorno al Mesozoico. Successivamente, poi, su questo strato, se ne accumularono altri di età successive (Miocene, Pliocene). Ulteriori trasformazioni della crosta terrestre si ebbero nel Pleistocene, le quali causarono un graduale ribassamento dell'entroterra verso il mare Adriatico. Questa serie di elementi tettonici ha determinato l'attuale aspetto dei bacini.
Nel periodo quaternario, Fontanelle, fu un vero lago, indipendente da Alimini Grande, e le sue acque, al principio salate, divennero sempre più dolci per la mescolanza con le acque piovane e con quelle sorgive. Ciò, creò le condizioni ideali per il prosperare della flora e della fauna lacustre. Oltre 150.000 anni fa, in tali luoghi, faceva la sua comparsa l'uomo primitivo. Infatti, grazie a numerosi rinvenimenti, si è accertato che questa terra fu abitata dall'uomo fin dai suoi primordi. Le ricerche dei fratelli Piccinno, eseguite nel 1978, hanno fornito elementi utili circa l'insediamento preistorico, con materiale assegnabile al periodo che va dal Paleolitico Medio fino all'età del Bronzo.
Le prime notizie certe sui laghi risalgono al 1219 quando, l'imperatore Federico II, con un atto ufficiale, assegnò alla Mensa Arcivescovile della città hydruntina, la terza parte di essi. Nel Medioevo, tale zona, fu fiorentissima di paesi, villaggi, casali e di conventi basiliani, ma, l'invasione dei Turchi, nel 1480, causò l'abbandono di questa bellissima area del Salento. Infatti, i coloni, si rifugiarono nei paesi vicini, protetti da mura e da castelli fortificati.

La ripresa dell'interesse economico del comprensorio degli Alimini si verificò nel XVIII secolo, periodo in cui iniziarono varie contese giuridiche sul diritto di proprietà. Tra il 1600 e il 1800 vigeva l'usanza di affittare i laghi per motivi di vallicoltura e di taglio del giunco. Nel 1738, il principe di Muro, Giovanni Battista Protonobilissimo, affittò, per due anni, ad Emanuele Martina, "pubblico negoziante nella città di Lecce, il lago grande, con tutti i singoli jussi, diritti, proventi e raggioni della pescaria di detto lago, alla raggione di 200 ducati l'anno" ("Platea"). Di tutte le entrate, la terza parte, spettava alla Mensa Arcivescovile di Otranto.
Da una "Platea" del 1787, si evince che la foce del fiume, attraverso la quale i laghi comunicavano con il mare, "si soleva aprire verso la fine di aprile, o nelli principi di maggio, ed allora incominciava il pesce ad entrarvi; e si proseguiva sino che si chiudeva di nuovo in agosto o luglio. Ed allora si faceva la pesca; si pescavano più sorti di pesci come sono cefali, spinole, capitoni ed altra sorte di pesce, tutti di famosa qualità".
Nel 1886, in seguito alla soppressione dei beni ecclesiastici, la terza parte dei bacini, di proprietà della Mensa Arcivescovile, passò al demanio. Anche i rimanenti due terzi, furono assorbiti dal demanio, che affidava le acque in assegnazione privata con diritto esclusivo di pesca, per un tempo massimo di 99 anni. Nel 1800, la campagna che circondava i laghi era desolata e priva di vegetazione. Esistevano solo poche masserie, alcune delle quali erano disabitate per quasi tutto l'anno, a causa dell'aria nociva prodotta dalle paludi. In quest'area, il rischio di contrarre la malaria era molto alto in estate, quando le zone paludose si prosciugavano. I contadini più valorosi, si recavano nei loro campi durante l'inverno per i lavori di aratura e di semina, e vi facevano ritorno nel periodo della mietitura e della trebbiatura. La paura del contagio era sempre presente, ragion per cui cercavano di finire il lavoro nel minor tempo possibile. In alcuni periodi dell'anno, e con scarso guadagno, la terra intorno ai bacini veniva utilizzata per far pascolare il bestiame.
Questi terreni, a causa dell'abbandono, avevano un valore modesto, che non arrivava a 200 lire l'ettaro. L'opera di alcuni uomini intrepidi, i quali, lottando contro la morte, bonificarono queste zone in diversi punti, mostrò tuttavia come esse fossero adatte a qualsiasi coltivazione.Il primo progetto di bonifica fu redatto il 28 dicembre del 1868 dall'ingegnere Sergio Panzini del V Circolo del Genio Civile di Bari, il quale, dopo aver rilevato tutta l'estensione del lago e dopo averne misurato la profondità, identificò le zone di impaludamento e suggerì il modo di sanarle. Il risanamento di questi terreni malsani diventava molto importante, perché da esso dipendeva la prosperità di tutta la provincia.

"Quando sarà compiuto il prosciugamento delle paludi che circondano questi due bacini, quando le sponde di essi saranno bonificate, quando i terreni circostanti saranno coperti di giardini, di frutteti e di uliveti, questo lago diverrà uno dei luoghi più ridenti e più belli della provincia di Lecce"
, scriveva il De Giorgi in una sua opera, e il suo pronostico si rivelò esatto. La bonifica fu eseguita su una zona di circa 2.300 ettari di terreno.
Da alcune lettere inviate dall'Ufficio del Genio Civile di Lecce al Ministero dei Lavori Pubblici, conosciamo le situazioni di duro lavoro dei braccianti addetti al depaludamento. Si creò uno scontento generale tra gli operai, che portò a diversi scioperi e violente reazioni nei confronti dell'impresa appaltatrice.
Nel 1936, l'endemia malarica ad Otranto e nelle zone vicine scomparve del tutto. Si posero, così, le basi dello stanziamento per appoderamento, con la derivante stabilizzazione in luogo della popolazione contadina. La trasformazione del paesaggio che ne conseguì fu netta. Inoltre, la costruzione di impianti irrigui, tra il 1954 e il 1963, permise il diffondersi di indirizzi produttivi più redditizi per i piccoli agricoltori. I percorsi esistenti vennero sistemati e se ne crearono dei nuovi.
Il comprensorio degli Alimini è quello in cui, oggi, si trovano le più organizzate strutture villaggistiche del Salento. Ristoranti, spiagge attrezzate, discoteche, aree verdi e maneggi hanno dato a questa zona un significato ricreativo, attraendo i turisti da ogni parte del mondo.
"Terra di conquista, terra che conquista, da sempre nel Mediterraneo angiporto e landa ospitale, preludio d'Oriente e sintesi di religioni, di pelli, di dialetti e di diversità, il Salento è sempre più metafora di una felice adesione della storia e della natura alle esigenze e ai desideri del viaggiatore, sia che si tratti del pellegrino in cerca di spazi sacri e vitali, o del viandante orfano di intatte armonie, o del viaggiatore avido di sorprese e di novità, o del turista amante della calda risacca sulla spiaggia"
. Con queste parole, il prof. Luigi Lazzari descrive la penisola salentina.
Il viaggiatore apprezzerà, senza ombra di dubbio, anche i magici tramonti sui laghi, i quali, circondati da una natura incontaminata, si caricano di una sfavillante luce...luce che l'itinerante porterà con sé, nei suoi occhi, al suo ritorno a casa...luce che rimarrà nella sua memoria per sempre.
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