Oggi è il 08.09.2008
Tradizioni carnevalesche nel Salento
di Valentina Vantaggiato

Gli abitanti del globo terrestre, fin dai tempi remoti, hanno dedicato un certo periodo dell'anno a manifestazioni di momentanea ed allegra follia. Da ciò è nato il "Carnevale".
Questo termine deriva da "carmen levare" che, etimologicamente, indica il primo giorno della Quaresima. Sotto prescrizione ecclesiastica, questa ricorrenza è stata tuttavia collocata tra l'Epifania e le Ceneri, e il suo inizio coincide più precisamente con la festa di Sant'Antonio Abate, il 17 gennaio.
Le celebrazioni odierne sicuramente non corrispondono pienamente a quelle del passato. Un tempo, infatti, il Carnevale, valvola di sfogo per le tensioni sociali, veniva accolto con più entusiasmo da coloro che aspettavano con impazienza questo periodo dell'anno per ricoprire un ruolo che non gli apparteneva.
Da questa voglia di libertà nacquero, in epoca romana, i "Baccanali", dedicati al dio Bacco, i "Saturnali", votati al dio Saturno, e i "Lupercali". In quei giorni sparivano le differenze sociali e il popolo dimenticava la sua miseria, celandola dietro ad una maschera.
In Italia, la tradizione carnascialesca ha un primato indiscutibile.
Sotto il pontificato di Paolo II, nel 1466, il Carnevale romano ebbe il suo grande momento. Il Pontefice organizzava personalmente e a proprie spese le parate in maschera.
Negli attuali festeggiamenti, rimangono le sofisticate e sfarzose maschere, che si possono incontrare fra le strette calli di Venezia, oppure gli splendidi carri allegorici, ben visibili a Viareggio, o le rievocazioni storiche, come la battaglia delle arance di Ivrea e le notti coloratissime di Rio de Janeiro.
Non è necessario, però, andare così lontano per recuperare le vere tradizioni carnevalesche.

La Puglia, infatti, vanta la presenza di carnevali di tutto rispetto, come quello di
Putignano e di
Manfredonia, ma può altrettanto essere orgogliosa di realtà più vicine a noi, realtà che fanno parte delle nostre tradizioni da sempre.
Nel Salento, questa festa, era una ricorrenza propiziatoria del calendario contadino. Si pensava, difatti, che avesse effetti benefici sulla terra. Le maschere rappresentavano gli esseri demoniaci che donavano la fecondità ai campi.
Esiste una dettagliata descrizione delle antiche usanze carnevalesche in Terra d'Otranto, dove, alla fine dell'Ottocento e ai principi del Novecento, in molti paesi, ci si adoperava nell'organizzare il proprio divertimento, per molti concesso soltanto in questo periodo dell'anno.
Il popolo era solito allestire delle feste mascherate nelle proprie case, dopo avere, però, ottenuto una licenza del sindaco. Il prezzo d'ingresso oscillava dai 15 ai 20 centesimi.
I rappresentanti della media borghesia partecipavano, invece, alle cosiddette
"veglie danzanti", organizzate nei teatri, alle quali si accedeva tramite una tessera, comprata al prezzo di 5 lire.
Nelle ore pomeridiane, un gran carro, rappresentante il Carnevale, girava nel centro cittadino, per poi fare, verso sera, il suo ingresso trionfale nel teatro.
Le famiglie gentilizie e i ricchi proprietari si riversavano nei circoli privati, addobbati per l'occasione con finissimo gusto e con particolare eleganza.
In quei giorni tutto il paese era invaso da allegre brigate di persone in maschera, da numerosi carri addobbati sfarzosamente dai più abbienti e da rustici carretti creati con pochi mezzi dai popolani.
Dopo le sfrenate danze, gli schiamazzi e la tanta agognata allegria, l'inizio della Quaresima riportava tutti alla realtà. La "gente bene" ritornava ai suoi salotti, ai suoi abbondanti pranzi e alla sua vita agiata, il popolo, dal canto suo, tornava alla miseria di sempre:
"Carniale meu chinu te doje, ieri maccarruni e osci foje; Carniale meu chinu te mbroje, osci maccarruni e carne, crai mancu foje", recitava un antico detto popolare ("Carnevale mio pieno di dolori, ieri maccheroni e oggi verdure; Carnevale mio pieno di imbrogli, oggi maccheroni e carne, domani neanche verdure").
Gli anni a cavallo tra il XIX e il XX secolo, infatti, non furono facili per il Salento e per i suoi abitanti.
Fu un periodo di grave crisi economica e nera miseria. Erano sempre più numerosi i contadini disoccupati e sempre di meno coloro che riuscivano a sfamare le proprie famiglie.
E se è vero che "a Carnevale ogni scherzo vale", è vero anche che, spesso, la vita fa brutti scherzi, creando situazioni di grande disagio a chi vive ai margini della società. Quegli stessi margini che per "qualcuno" sono sinonimo di vergogna, per qualcun "altro" sono, invece, sinonimo di vita, di sopravvivenza e, perché no, anche di speranza.
I riti di una volta sono cambiati. Ieri, tanta voglia di evadere da una realtà triste e scomoda, oggi, la superflua volontà di creare una passerella di luci e colori in un mondo proiettato verso il divertimento e lo spreco.
E anche se i "mostri", tanto amati dai bambini di oggi, non sono più gli "Arlecchini" di una volta, in questo periodo dell'anno ci fanno ugualmente sorridere. Solo a Carnevale, però...
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