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E' facile passare dalla monotonia dei giorni sempre uguali alla festosa allegria del Carnevale.
Difficile è, invece, accantonare le risate, le danze, i colori e il divertimento, per lasciar spazio alla compostezza della "Quaresima". Si finisce, così, con l'osservare, umilmente, questo periodo di astinenza e di privazioni. La "morte del Carnevale" arriva, ogni anno, inesorabilmente, e si manifesta in modi differenti, come diversi sono gli usi e i costumi di ogni luogo.
In alcune contrade del Salento, in passato, il giorno del Martedì Grasso, i sagrestani delle parrocchie erano soliti girare per le strade del paese suonando un campanello. Questo suono continuo, seguito dalla voce lamentosa del sagrista, ricordava ai cittadini che la baldoria carnascialesca stava per giungere al termine e che occorreva cominciare la penitenza.
All'udire quelle parole, la gente sospendeva immediatamente la cena e le donne si affrettavano a sbarazzare la tavola e a pulire la cucina, per allontanare la tentazione di seguitare a mangiare. Il mercoledì delle Ceneri segnava l'inizio della Quadragesima, periodo di quaranta giorni dedito alla moderazione, al ritiro, alla purificazione del corpo e dell'anima, che si concludeva, come in egual modo oggi, il giorno di Pasqua. Questa celebrazione, risalente alla metà del II secolo, in origine, durava sei settimane ed era caratterizzata da diversi rituali che la differenziavano dalle altre festività.
Nel territorio salentino si personificava la Quaresima con un fantoccio di paglia, vestito da donna, generalmente chiamato "Coremma" o "vecchia". Indossava un abito scuro, con un fazzoletto in testa e stringeva nella mano un fuso e una conocchia che simboleggiavano il lavoro. Aveva, inoltre, un'arancia con sette penne di gallina infilzate a raggiera, che rappresentavano le settimane quaresimali. Alla fine di ogni settimana se ne toglieva una e questo portava "la collettività a liberarsi di tutte le mortificazioni fisiche e spirituali", e le permetteva di "muoversi serena verso un nuovo clima di vita" (Zagaglia / 1973). In alcuni paesi, questo pupazzo, era decorato con peperoni secchi, cipolle, aringhe affumicate che rappresentavano la frugalità e la parsimonia.
La Coremma veniva appesa ad un filo che correva da una casa all'altra, di finestra in finestra, per le vie del paese, e poi pubblicamente bruciata o sparata con il fucile il giorno di Pasqua. Questo rito rappresentava l'esorcizzazione del male, la liberazione da tutto ciò che era simbolo di privazione, sofferenza e miseria. Tale tradizione affonda le sue radici nel mondo della mitologia. Si ritiene, infatti, che questa vecchia, nell'atto di filare, era l'immagine della parca Cloto che tesseva il destino degli uomini e intrecciava il filo della vita, stando sempre pronta a reciderlo.
Altre sono le tradizioni culturali nate e cresciute nel Salento che hanno caratterizzato la storia di questo periodo. Ricordiamo ora le "cuddure", grossi taralli o dolci di pasta frolla, cotti nel forno, decorati con uno o più uova sode, simbolo della fecondità. L'origine di questa tradizione risalirebbe al Paganesimo, continuando l'usanza che avevano le "cestefore" di offrire alle divinità Proserpina e Cerere alcuni oggetti mitici durante le processioni di febbraio, luglio e novembre. Le uova applicate erano sempre in numero dispari perché si pensava che questi numeri avessero virtù propiziatorie e che procurassero prosperità e fortuna, essendo graditi agli dei: "numero deus impari gaudet". Le cuddure potevano acquisire forme e nomi diversi a seconda dei gusti di chi le realizzava: trecce, bamboline, galletti, fiocchi, stelle marine, animali.
Negli anni addietro, appena sfornate, venivano nascoste in casa e preservate per la scampagnata del lunedì di Pasquetta, mentre, circa un secolo fa, le giovani donne erano solite donarle ai propri fidanzati nel giorno di Pasqua. Intorno a queste usanze sono nati modi di dire, leggende e proverbi. Anticamente, ad esempio, per indicare che a volte muoiono prima i giovani dei vecchi si usava dire "se ne vannu prima le cuddure ca lli panetti". Molti sono i costumi ancora vivi nei nostri paesi, ma altrettanti si sono persi per strada, lasciando solo un fioco ricordo nella nostra memoria.
E se è probabile, oggigiorno, ricevere in dono una "cuddura" per Pasqua, è certamente inconsueto scorgere una "Coremma" tra i vicoli dei nostri paesi, che, impassibile, aspetta il giorno della sua fine. A meno che non sia una di quelle nonnine segnate dal tempo che passano le loro giornate ad osservare il mondo da una finestra. Ognuna di esse conserva dentro di sé il sapore antico di una volta, quel sapore che, certamente, prima o poi, riemergerà.
Forse, il futuro riserverà un maggiore spazio per ciò che è stato. Il passato non si può cancellare, ci osserva paziente. Aspetta il momento in cui noi ci accorgeremo di lui, aspetta di essere rivalutato e riapprezzato.

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