Abbasso il quieto vivere

Quando veniamo presi dall'ira e ci girano i cinque minuti per i più svariati motivi, quasi sempre lasciamo da parte il falso perbenismo e, anche se solitamente siamo gentili ed educati, ci concediamo la libertà di usare delle maleparole per colpire la persona che ci ha causato la stizza.
Il turpiloquio ha origini molto antiche, forse risale addirittura a quando l'uomo ha iniziato a comunicare con i suoi simili. Sempre meglio un linguaggio colorito che un raptus omicida, meglio una parolaccia in più che una strage degli innocenti. Le maleparole acquistano più enfasi se pronunciate nei dialetti locali. Se dicessimo "cu te pija na saietta!", avremmo certo più risultati che se pronunciassimo la stessa frase in italiano: "che tu rimanga folgorato da una saetta!". Con questo articolo non voglio assolutamente incitare alla violenza, seppur vocale, ma informarvi che il Salento è anche questo. Il Salento è fatto di salentini, i quali, di tanto in tanto, come tutti, si arrabbiano, e quando escono dai gangheri non ce n'è più per nessuno! Rispolverano il loro vocabolario dialettale e creano delle situazioni in bilico tra la drammaticità e il grottesco.
Cercando di evitare le espressioni più volgari, vi proporrò una circostanza-tipo, un episodio di vita vissuta, che possa chiarirvi il senso dei turpiloqui in vernacolo.
Lunedì mattina, ora di punta. Il traffico è impressionante.
Gli automobilisti, un po' per fretta e un po' per lo stress, cercano di barcamenarsi fra i clacson impazziti, azzardando sorpassi e manovre poco convenienti. Ad un semaforo, un uomo ben vestito alla guida di una BMW nera, passa con il rosso. E qui il patatrac! Quasi si scontra con un'altra macchina che sopraggiunge dal verso opposto, guidata da una donna di mezza età che non ha nessuna intenzione di fargliela passare liscia.
La "gentile" signora, sporgendosi dal finestrino grida: "cu te vegna nu toccu! (che ti venga un colpo!). Sta dormi? (stai dormendo?)".
E l'altro: "Beddha, se ci l'hai cu mmie, te pote puru passare. Ci tene la ucca arsa, cu mmangia nive! (bella, se ce l'hai con me, fattela passare. Chi ha la bocca arida, che mangi neve!)".
"Ah Signore meu! A mmanu alli gnorri simu ccappati! (ah Signore mio! Siamo capitati nelle mani dei cafoni senza cervello!)", esclama la donna. E lui "Parli tie, nunna, ca sinti nna cancara! (parli tu, donna, che sei un cancro della società, una persona molesta!). Nnu t'era vista! Se te vidia per tiempu, t'era schiaffata sutta e me ne era sciuto cuntentu! (non ti avevo vista! Se ti avessi vista in tempo, ti avrei messa sotto, almeno me ne sarei andato via contento!)". E la signora: "Bruttu fessa! Ca ci tene tortu si tie. Autru ca te faci lu sborone cu sta machina e poi si nnu mortu de fame cu le pezze an culu! (brutto stupido! Altro che fai lo spavaldo con la bella macchina e poi sei un morto di fame con le pezze sul sedere!). Mo voi puru la ragione! Ca m'hai chiedire scusa, e mme sputi an facce. Curnuta, vattuta e cacciata de casa (adesso vuoi pure la ragione! Che mi devi chiedere scusa, invece mi sputi in faccia. Cornuta, picchiata e cacciata di casa)".
L'uomo, ormai stanco della situazione e consapevole di avere perso già troppo tempo, dice: "Me ne vau cu nnu visciu ddha facce de cacatura! (me ne vado per non vedere quella faccia da gabinetto). E' meiu cu te dai cu nna petra an pettu, ca se te zziccu ieu te precu (è meglio che ti percuoti il petto con una pietra, perché se ti prendo ti sotterro)". E la signora, verde dalla rabbia: "Si nnu ceddhu de morte! (sei un uccello di morte, uno iettatore). Ci me venine e fumasie, te torcu lu coddhu e cu li pili me fazzu nna rete de pesca! (se mi sale il sangue alla testa, ti torco il collo e con i peli mi faccio una rete da pesca). Ci mangia fumu, caca ientu (chi si nutre di boria, defeca orgoglio, vanagloria)". E l'uomo: "Vecchia bagascia! Sta faci tante storie pe nna manovra nu picca azzardata. Si bona sulu cu chiangi! Statte attenta, ca ci vegnu fazzu mpari tuttu de paru (vecchia meretrice! Stai facendo tante storie per una manovra un po' azzardata. Sai solo piangere! Stai attenta, che se vengo ti faccio imparare tutto in un solo colpo a suon di sberle)". Frattanto, i due hanno bloccato la strada e, presi dai loro discorsi, non hanno badato alle urla degli altri automobilisti. C'è chi dice "m'iti ruttu li pampasciuni! (mi avete rotto le scatole), chi "imu fare notte? (dobbiamo fare notte) e ancora chi "moi vegnu e ve fazzu la croce all'anbersa (adesso vengo e vi faccio la croce al contrario)". L'uomo e la donna, ritornati alla realtà, riprendono il loro percorso ma, prima di congedarsi, ai gestacci volgari affiancano queste parole: "nnu spiccia quai. Osci vabbande, ma la prossima fiata ca te beccu, su c... toi! (non finisce qui. Oggi vai, ma la prossima volta che ti incontro, sono fatti tuoi)", dice la signora. E l'uomo: "addhu te oti oti si futtuta, befana! (comunque ti giri sei spacciata, vecchia signora)". Una giornata come tante, una situazione come tante.
"Elogio della maleparola, dunque, perché è l'unica arma che ci è rimasta, terapia d'urto da prendere e dare a piccole dosi per evitare l'assuefazione, rottura traumatica di schemi comportamentali efficace a patto che non sconfini nell'inflazione e quindi nella volgarità", dice Antonio Maglio che sull'argomento ha fatto numerose ricerche. "Abbasso il quieto vivere", quindi, purché non ci si faccia troppo male, perché con le parole, spesso, si può ferire più che con i fatti. Meglio un bip bip in meno e un sorriso in più.

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