Cunti e culacchi

La tradizione salentina vanta la presenza di molti elementi che la caratterizzano. Alcuni sono reali, tangibili, altri sono racchiusi nel cuore degli uomini e vengono tramandati oralmente. Dei costumi appartenenti a quest'ultima categoria fanno parte i "cunti" e i "culacchi". Se analizziamo le due parole dialettali, vedremo che la prima corrisponde al termine italiano "racconto" e la seconda significa "curiosità".
"Li cunti" potremmo paragonarli alle fiabe e alle favole, ragion per cui sono rivolti soprattutto ai bambini. Portatori di alti valori morali e ricchi di insegnamenti, trattano i temi della favolistica occidentale: la lotta tra il bene e il male, gli animali parlanti, le principesse prigioniere, la sconfitta dell'orco cattivo, e via dicendo. Nel passato, durante i freddi e bui pomeriggi d'inverno, mentre fuori soffiava un vento che raggelava il sangue, il nonno chiamava a rapporto i suoi nipotini. Tutti seduti intorno al grande focolare, ascoltavano attentamente le favole che il vecchio saggio raccontava loro. Attraverso il gioco, i piccoli avrebbero imparato cose importanti. Il nonno, difatti, servendosi di una bella fata, di un lupo famelico o di una volpe furba, avrebbe fornito delle lezioni di vita fondamentali per la giusta crescita dei giovani marmocchi. I bimbi facevano volare la fantasia lontano da lì e si sentivano essi stessi protagonisti della favola. Se il narratore era convincente, il racconto poteva durare anche delle ore. I piccoletti, infatti, ogni qualvolta egli terminava una fiaba, chiedevano il "bis", il "tris" e il "quatris". Mamme e papà, a questo punto, dovevano inventare qualche stratagemma per convincere i propri figli a lasciare quei mondi incantati, quei castelli splendenti e quei principi azzurri e prendere la strada del letto. Ma l'impresa non era facile.
"Li culacchi", invece, rivolti solitamente ad un pubblico adulto, si possono paragonare alle moderne barzellette. Spesso traggono spunto da un fatto realmente accaduto, altre volte descrivono un personaggio un po' maldestro, altre ancora denunciano delle situazioni poco felici.
Sicuramente sono il pane quotidiano di coloro che, durante una partita a briscola al circolo cittadino, davanti a un caffè al bar della piazza o nelle pause del lavoro, cercano di liberare un po' la mente parlando di fatti altrui. Principe incontrastato dei "culacchi" di Terra d'Otranto è certamente Papa Galeazzo, vissuto presumibilmente tra il Cinquecento e il Seicento, autore di numerosi fatterelli divertenti. Non si sa se sia realmente esistito o se sia soltanto un'invenzione, è certo, però, che la sua figura fa parte della tradizione culturale salentina da molti secoli. Antonio e Donato Benegiamo hanno raccolto in un libro più di cinquanta tra "cunti" e "culacchi" in dialetto cutrofianese.

"Quisti èranu toi, maritu e mujere, ca scìanu
su llu sciarabbà.
Strada facendu loru ssera nnanzi li bricanti.
-O la borza o la vita!- cumandara.
Lu maritu sottavoce a lla mujere: - Mmenu male
Vita mia, comu è bbenuta, ca me la critia pesciu: a ttie vòlanu, sscindi!

Marito e moglie stavano sul carretto.
Strada facendo furono assaliti dai
briganti. -O la borsa o la vita!-
intimarono. Il marito disse sottovoce
alla moglie: - Meno male, Vita mia,
come ci è venuta, credevo peggio:
vogliono te, scendi!"

Tratto da "Salento Antico"

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