Proverbi. Pillole di saggezza

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Col termine "proverbio" s'intende un "detto breve e arguto, di origine e diffusione popolare, che esprime, per lo più in modo figurato o allusivo, verità, concetti, regole, consigli o convinzioni comunemente accettate"(Dizionario UTET).
Spesso, tutti noi, facciamo uso di massime per esternare un concetto o per consigliare qualcuno. I proverbi fanno ormai parte del linguaggio corrente e, come disse Benedetto Croce, sono "il monumento parlato del buon senso".
Data la loro natura, è più facile riconoscere la poligenesi per la grande maggioranza dei detti popolari, anche se non si esclude l'origine unica di alcuni di essi, che da un'area possono essersi diffusi in altre zone. L'autore di tutte le produzioni popolari, poi, è l'individuo, il cui nome, come affermò il Pitré, "si è perduto perché del fattore di un proverbio il popolo non tiene il conto che gli eruditi tengono del fattore di una sentenza". Inoltre, è stato accertato che le massime, insieme a tutto ciò che riguarda la cultura folcloristica di un luogo, sono in stretto e continuo rapporto con i momenti storici e le civiltà in cui nascono e si sviluppano. Sarebbe, pertanto, difficoltoso, se non impossibile, intraprendere un'indagine storica in questa direzione.
I proverbi si classificano in tipi, secondo l'argomento che trattano.
I proverbi profetici predicono eventi in base all'esperienza o ad un'analogia: "Se son rose fioriranno".
I proverbi meteorologici forniscono previsioni sul tempo: "Rosso di sera, bel tempo si spera".
I proverbi enigma sono di origine religiosa, come quello siciliano sulle tre età dell'uomo: "Nasci bambinu, campa rapinu, mori cappuccinu".
I proverbi favolistici, per lo più dialogati, diffusi in particolar modo in Oriente, descrivono motivi e personaggi fiabeschi: "Dammi il tempo e ti bucherò, disse il topo alla noce".
I proverbi epigrammi si distinguono per una speciale forma a battuta: "Amico di ventura, molto briga e poco dura".
I proverbi canone fissano norme giuridiche e regolano i rapporti fra i membri della comunità: "Chi rompe paga e i cocci sono suoi".
I proverbi blasone sono propriamente motti e detti, di scherno o di lode, con cui si palesano i caratteri di un paese o di una regione: "Il bergamasco ha il parlare grosso e l'ingegno sottile".
I proverbi marinari e agricoli sono strettamente collegati alla vita dei pescatori e dei contadini: "Chi semina raccoglie".
Caratteristica fondamentale delle massime è la sinteticità, manifestata per mezzo di metafora, allitterazione, allegoria, contrapposizione di concetti e altre figure retoriche. Secondo la forma, i proverbi si distinguono in metaforici o allegorici con duplice significato, reale e traslato: "La gatta frettolosa fece i gattini ciechi"; in allitterativi, formati da due parole che iniziano con gli stessi suoni: "Donna danno"; e in antitetici, formati da una frase divisa in due parti fra loro opposte: "Molto fumo, poco arrosto".
Nei primi secoli della letteratura italiana, ebbero molto successo le forme proverbiali in rima. Di frequente, però, nei proverbi di tradizione orale, la rima fu sostituita dalla semplice assonanza: "Chi ha buon marito, lo porta in viso".
Le massime, come sopra accennato, trattano numerosi e diverse argomentazioni. Possono descrivere abitudini buone: "Il mattino ha l'oro in bocca"; e meno buone: "Il caldo del letto non fa bollir la pentola". Parlano talora di amicizia: "Chi trova un amico trova un tesoro"; d'amore: "Se ne vanno gli amori, restano i dolori"; di animali: "A caval donato non si guarda in bocca". Descrivono l'universo femminile: "Chi dice donna dice guai"; i mestieri: "E' meglio una mano del giudice che un braccio dell'avvocato"; i vizi: "Chi dorme non piglia pesci"; e le virtù: "La prudenza non è mai troppa".
Anche il territorio salentino vanta miriadi di detti popolari e di modi di dire che, all'occorrenza, forniscono consigli e dritte da tener presente nella quotidianità. Eccone alcuni:
"Ou te caddhrina e vinu te cantina su la meju medicina" (uovo di gallina e vino di cantina sono la migliore medicina); "Panza china riposu cerca" ( pancia piena cerca riposo); "Lu mieru bonu ete lu bastone te li vecchi" (il buon vino è il bastone dei vecchi); "Sulu alla morte nun c'ete rimediu" (solo alla morte non c'è rimedio); "Natale cu lu sule, Pasca cu lu tizzune, ci hoi cu vene bona la stagiune" (Natale col sole, Pasqua col tizzone, se vuoi che venga una buona stagione); "Quannu la caddhrina canta e lu caddhru tace a casa nun c'è pace" (quando la gallina canta e il gallo tace, in casa non c'è pace); "Ci ha fattu lu piccatu chianga la penitenza" (chi ha peccato si aspetti la penitenza); "Nu se move pampana se Diu nun bole" (non si muove foglia se Dio non vuole); "Quannu lu diaulu te ncarizza l'anima ole" (quando il diavolo ti accarezza, vuole l'anima); "U fiju mutu la mamma lu capisce" (il figlio muto la mamma lo capisce); "Ci de speranza vive, disperatu more" (chi di speranza vive, muore disperato); "Ciuveddhri nasce imparatu" (nessuno nasce imparato); e così via...
Gli anziani sono i depositari delle tradizioni orali e nella loro memoria racchiudono il sapere dei nostri avi, i quali regalavano pillole di saggezza a chi era assetato di conoscenza.
Oggigiorno, capita spesso di pronunciare vecchi, ma ancora attualissimi, modi di dire, figli del passato. Per dire che l'ozio non è salutare usiamo il detto "chi dorme non piglia pesci", per descrivere una persona che parte in quarta ma poi perde subito l'entusiasmo diciamo "furia francese e ritirata spagnola", per sostenere che il carattere non si cambia diciamo che "il lupo perde il pelo ma non il vizio". "Gli antichi non sbagliavano mai", dice sempre mia madre, e l'esperienza mi porta ad affermare che è proprio così.

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